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Schio e Alessandro Rossi: dalla fabbrica alla città della lana

Il Patrimonio industriale

Il modo di produzione alla base della rivoluzione industriale ha mutato radicalmente il territorio nelle sue caratteristiche fisiche: corsi d’acqua deviati, apertura di vie di comunicazione, costruzione di fabbriche, vie ferrate, ponti. Nuovi manufatti sono comparsi a mutare il paesaggio e i rapporti sociali: principalmente le fabbriche, e di conseguenza tutta quella serie di infrastrutture - centrali idroelettriche, villaggi operai, servizi sociali - ad esse correlate.
Questo veloce processo di trasformazione ha prodotto una fisionomia dell’ambiente industriale a cui oggidì siamo avvezzati, ma che solo pochi decenni fa era pressoché nella condizione originaria, e quindi completamente dissomigliante all’attuale.
Riscontro diretto e puntuale della storia industriale e dei processi produttivi e sociali avvenuti negli ultimi due secoli, è l’archeologia industriale. Si tratta di un ambito di studio e di ricerca che interessa primariamente l’insieme dei resti fisici del modo di produzione industriale. Per sua natura questa disciplina cointeressa molteplici aspetti del sapere: dalla storia economica, all’arte, dall’urbanistica alla letteratura, essendo pertanto uno studio squisitamente interdisciplinare.

La Civiltà Industriale a Schio

Schio presenta le più valide testimonianze ancora oggi esistenti, e godibili, nell’ambito dell’Archeologia Industriale nazionale.
E’ situata nella pianura dell’Alto Vicentino, allo sbocco della Val Leogra e presenta interessanti testimonianze legate alla preindustrializzazione, ma soprattutto alla vicenda produttiva e sociale dell’imprenditore Alessandro Rossi.
Nella Val Leogra ha avuto fondamentale importanza - per lo sviluppo di laboratori artigiani prima e dell’industria poi - la presenza del torrente Leogra che fu maggiormente sfruttato con la costruzione della Roggia Maestra. Tale opera idraulica fu fatta costruire dai Conti Maltraversi all’incirca attorno ai primi anni del 1250; alcune mappe antiche indicano una numerosa presenza lungo il suo corso di mulini, battitoi, follature e magli, anche in tutta la zona circostante.
L’acqua era usata come forza motrice per molte attività, ma anche negli opifici per il lavaggio della lana; una volta raggiunta la campagna, serviva per l’irrigazione dei campi. Sin dall’inizio gli abitanti stabilirono regole e norme per il suo sfruttamento, tant’è vero che nello Statuto Comunale del 1393 si trovano due articoli relativi alla gestione della Roggia Maestra.
La fortuna della Città si deve principalmente all’arte della lana, attività praticata sin dal ‘500, ma che vede la sua costante ascesa dal ‘700 grazie al primo importante lanificio di Niccolò Tron.
Nel 1738 l’ambasciatore veneziano della Serenissima presso la Corte di Londra fondò il suo primo opificio che fu ingrandito nei decenni successivi e che ospitava 40 telai e 500 operai. Nel dicembre del 1701 la Città ebbe la possibilità di produrre “panni alti” ovvero di qualità superiore; è di questo periodo la nascita di molti altri opifici cittadini per la lavorazione della lana, che vedono gradualmente concentrare le varie fasi produttive in un unico stabilimento.
Sarà Francesco Rossi, figlio intraprendente di un modesto pastore originario dell’Altipiano di Asiago che all’inizio del XIX secolo dà principio ad un processo esemplare di industrializzazione; il figlio Alessandro porterà nel corso del ‘800 ad alti livelli lo sviluppo manifatturiero locale.

Primo itinerario

Questo itinerario urbano ci conduce ad esplorare le principali testimonianze dell’intento industriale e sociale di Alessandro Rossi nella Città e di quanto lasciato nel tempo dagli uomini legato al loro lavoro.
Il percorso inizia nell’antico centro cittadino, Piazza Alessandro Rossi, dove sorge imponente il Duomo; una salita alla chiesa permette di ammirare l’affascinante anfiteatro costituito dall’altipiano del Tretto e dalle Prealpi vicentine.
Ai piedi del Duomo sorge la statua del tessitore modello, l’Omo dedicato dal Rossi ai suoi tessitori. Il tessitore modello - realizzato da Giulio Monteverde nel 1879 – tiene in mano una navetta (parte del telaio per tessitura di lunghezza variabile, appuntita alle estremità, contenente all’interno la spola con il filato per la trama) e ai suoi piedi si notano delle pezze di panno. Alessandro Rossi vide un’opera dello scultore piemontese presso l’Esposizione Industriale di Parigi nella primavera del 1878 e decise di seguito di contattare l’artista. Vi fu uno scambio di lettere e disegni che si protrasse per un anno, e alla fine autore e committente si trovarono d’accordo sulla soluzione concepita; l’opera fu così inaugurata il 21 settembre 1879. In principio l’Omo era situato nel crocevia dei viali Pietro Maraschin e viale Alessandro Rossi, vicino all’ingresso dell’area manifatturiera.
Nel 1945, dopo varie peripezie l’artiere fu trasferito in Piazza A. Rossi, nel cuore dell’attuale centro storico. La statua in pietra bianca innalzata su un piedistallo di granito incarna un operaio ideale e non rappresenta certamente un tessitore fiaccato dalle lunghe giornate lavorative del tempo; del resto si deve interpretare lo spirito del tempo così come appare nelle massime incise nel basamento.
Si prosegue verso la contigua Piazzetta Garibaldi e si imbocca subito Via Pasini; dopo circa 100 m si gira a destra per via Pasubio (era Sareo). Mentre proseguiamo su Via Pasubio è possibile osservare lungo il lato destro (dopo il cinema Sociale) il palazzo settecentesco dove abitava N. Tron, sede poi del Municipio ed ora Istituto musicale.
Dopo ancora 200 m si giunge nel centro dell’attività produttiva ottocentesca dove si ammirano le testimonianze industriali più significative.
Il primo opificio che possiamo osservare è il Lanificio intitolato a Giovanni Battista Conte (1757) che si trova nell’incrocio tra Via Pasubio e via XX Settembre; Conte procurava la materia prima agli artigiani della zona e successivamente divenne egli stesso imprenditore. L’area delimitata dall’alta mura apparteneva completamente alla famiglia Conte e si estendeva su una superficie di tre ettari nella quale erano presenti l’opificio originale, la residenza e il parco padronale. A partire dal 1860 l’opificio e l’area subirono importanti modifiche indotte anche dallo sviluppo della vicina industria rossiana.
Nel primo ‘900 Alvise Conte sostituì i bassi fabbricati eretti a partire dal 1886 con una nuova filatura in cemento armato; attualmente il terreno è stato acquisito da privati e nell’area dei vecchi edifici è in costruzione un centro ad uso residenziale commerciale.
L’edificio più antico, che fin dall’inizio era dotato di tutte le strutture del processo lavorativo per la produzione dei pannilana, è disposto lungo il corso della Roggia Maestra ed è tuttora visibile e ben conservato; in questo corpo di due piani si trovavano la portineria e gli uffici. La facciata realizzata con materiali locali è marcata da finestre ad arco ribassato contornate da mattoni e sul tetto è ancora possibile notare la campanella che scandiva i turni di lavoro. Unito a questo fabbricato s’innalza lo stabilimento in ghisa e rivestimenti murari costruito dal 1866 al 1884 e distribuito su quattro piani. Nel 1929 vi si appoggiò il corpo per l’orditura in cemento armato e vetri che sorreggeva la torretta con i due serbatoi d’acqua antincendio.
L’opificio originario è stato acquisito da una collaborazione pubblico/privato e nuove destinazioni d’uso sono in fase di rielaborazione.
Tornando su Via Pasubio ci si dirige verso ovest per avvicinarsi al Lanificio Francesco Rossi e l’attigua Fabbrica Alta. La nascita del Lanificio F. Rossi (1817) e gli sviluppi successivi sono stati un’esperienza di tale portata da condizionare lo sviluppo sociale, economico ed architettonico locale con riscontri successivi anche a livello europeo. L’edificio rivolto verso Via Pasubio fu eretto da Alessandro Rossi nel 1849 sulle fondamenta dell’originario opificio del padre Francesco Rossi e posizionato di fronte al Lanificio di N. Tron (di quest’ultimo non rimane nulla essendo stato demolito nel 1878). La facciata, nonostante le continue trasformazioni, si presenta oggi con evidenti richiami al neoclassicismo vicentino; il prospetto del lanificio ha una sequenza di numerose finestre rettangolari graduate in altezza (per favorire lo slancio verticale) in modo da indicare la scansione dei quattro piani che un tempo occupavano diverse fasi della lavorazione, poi diventarono uffici e attualmente sono vuoti. La porta centrale decorata dal nome del fondatore e dalla data di nascita dell’azienda è resa monumentale dall’impiego dell’ordine tuscanico. Il prospetto mostra dieci bassorilievi posti sui parapetti delle finestre simboli dell’attività imprenditoriale della famiglia Rossi; osserviamo i velieri che uniscono alle vele le enormi ruote a pale ed i lunghissimi fumaioli dei primi sistemi di propulsione a vapore, le pecore merino da cui si ricava la lana, l’”Agnus Dei” ricordo delle corporazioni medioevali dell’arte della lana, le mercanzie. Sopra il portale d’ingresso centrale trovano posizione gli elmi alati e i caducei, attributi di Mercurio Dio del commercio.
Di là del portico d’ingresso si nota maestosa la Fabbrica Alta unita in senso ortogonale rispetto al precedente edificio e sicuramente d’elevato impatto sociale ed urbanistico nel contesto territoriale dell’Ottocento. La Fabbrica Alta fu progettata nel 1861 dall’architetto belga Auguste Vivroux nel corso di un soggiorno a Schio; i disegni dei progetti si sono scoperti solo recentemente presso il museo di Liégi, in Belgio. L’edificio ha una lunghezza di 80 m, una larghezza di 13 m e un altezza di cinque piani, ognuno dei quali ospitava una diversa fase della produzione laniera. La forza motrice per il funzionamento dei macchinari era prodotta da una macchina a vapore in due caldaie tubolari e da un turbine idraulico che funzionava alternativamente. Sebbene il progetto sia stato realizzato dall’architetto belga, è presumibile che ci sia stata una collaborazione di Antonio Caregaro Negrin, amico del collega belga e architetto di fiducia di Alessandro Rossi. Il materiale usato per la costruzione è principalmente laterizio locale piuttosto e pietrame. Si notino le testate delle putrelle di ferro in forma di piccoli rosoni, il diverso impiego del cotto nel contorno delle finestre e il motivo romboidale del fregio sottotetto. Tra il 1966 e il 1967 l’edificio è stato dismesso trasferendo il ciclo produttivo nella zona industriale di Schio; al presente, l’edificio di proprietà del gruppo Marzotto è stato svuotato.
Durante la fase di rinnovamento promossa da Alessandro Rossi si assiste anche alla sistemazione dell’area di fronte al Lanificio F. Rossi, il futuro Giardino Jacquard. Questo luogo che naturalmente presenta un dolce pendio verso il colle, è trasformato ed abbellito dal 1864 e fino al 1878; erano infatti originariamente presenti nell’area strutture funzionali al vicino opificio come asciugatoi e stenditoi per i panni lana. Nell’1878 fu definitivamente demolito anche l’edificio che occupava la Tessitura Jacquard (l’originario lanificio di N. Tron), il quale era collegato - come si nota in documenti storici del 1859 - con la fabbrica F. Rossi mediante un cavalcavia aereo; la tessitura fu sostituita con la “Tettoia per gli operai” realizzata dall’ingegnere E.L. Pergameni e ancora visibile sul lato sinistro rispetto all’elegante cancellata d’ingresso.
Questo angolo verde è opera dell’architetto vicentino A. Caregaro Negrin mentre la cura della notevole varietà di piante era affidata a Marco Restiglian dell’Orto Botanico di Padova. L’architetto ha saputo abilmente inserire nuovi elementi a quando già esistente nel contesto: le due case d’angolo rivolte verso l’attuale Via Pasubio, la torretta ottagonale con tetto a pagoda e la cinquecentesca chiesetta di San Rocco (risistemata in stile neogotico) alla sommità del colle. La torretta chiudeva un tempo lo stabile qui presente e destinato alla tessitura, ed era anticamente destinata a contenere i “pisciatoi” in base all’usanza di utilizzare l’urina nel processo di lavorazione della lana per la sua forte percentuale d’ammoniaca; fu trasformato poi in torre uccelliera seguendo i canoni tradizionali del paesaggio e della villa rurale veneta.
Sul lato destro del giardino osserviamo il Teatro Jacquard che si estende verso la parte posteriore del parco; l’edificio era inizialmente destinato ad abitazione per il custode, stalla, magazzino, ma subì una trasformazione nel 1869 divenendo una sala teatrale polivalente capace di accogliere 800 persone. La facciata in stile lombardesco è arricchita da dodici medaglioni, che rappresentano illustri personaggi scledensi. Orientando lo sguardo verso sinistra si è catturati dalla serra a forma concava che sembra quasi essere un sipario che cela il ninfeo retrostante; tutta l’area posteriore è caratterizzata da un sistema di grotte, brevi camminamenti e gradinate, balconi belvedere e popolata da figure mitologiche. La precisa collocazione di questo giardino - con la sua ricchezza d’essenze vegetali anche esotiche, trova armonico inserimento tra il vecchio centro storico della città e l’area di sviluppo degli opifici nei pressi della Roggia. In questo splendido giardino romantico – che oggidì risente un po’ della poca manutenzione – fu collocata nel 1899 una statua di bronzo dello scultore milanese Achille Alberti che rappresenta Alessandro Rossi in età avanzata.
Dopo questa pausa d’evasione romantica dirigiamoci verso il centro cittadino e, all’incirca 150 metri dopo sul lato sinistro della strada notiamo a ridosso di alcune alte piante l’Asilo d’Infanzia intitolato ad A. Rossi; nel 1872 infatti, lo stesso acquista un terreno precedentemente occupato da fabbricati per costruirvi un asilo a favore dei figli dei suoi operai. I lavori affidati ad Antonio Caregaro Negrin sono velocemente conclusi con la realizzazione di un edificio di circa 1200 mq con un corpo centrale ad un piano e le due ali laterali a due piani. La scuola sarà modificata nove anni dopo per accogliere le esigenze della popolazione scledense in costante aumento; con l’aggiunta di due piani al corpo centrale l’edificio fu in grado di accogliere ben 500 bambini.
Da segnalare l’incisione posta sopra l’ingresso “in puero spes”, a dimostrazione della grande fiducia che il committente riponeva nelle giovani generazioni.
Di fronte all’asilo imbocchiamo Via XX Settembre e la percorriamo fino a giungere in Via Pietro Maraschin, asse principale del Nuovo Quartiere Operaio il quale si estende fino al torrente Leogra; l’attuale Via P. Maraschin fino al 1937 terminava con l’Asilo di maternità (ora demolito), il quale segnava il limite nord del quartiere. La crescente industria laniera aveva generato negli ultimi decenni dell’Ottocento una forte concentrazione di manodopera proveniente dalle zone confinanti verso la città, e di conseguenza una considerevole richiesta di abitazioni; a tali esigenze doveva rispondere il progetto del Nuovo Quartiere Operaio - redatto tra luglio e agosto 1872. Fu concepito inizialmente dal committente e dal progettista prevedendo - al di là degli assi ortogonali Via P. Maraschin e via A. Rossi - strade curvilinee, rade costruzioni unifamiliari, bifamiliari e solo raramente plurime; gli alloggi erano solo 125 accompagnati da un immenso parco all’inglese, da servizi comunitari, scuole e teatro. L’idea originaria non si attuò, ma si diede avvio ad un progetto di quartiere a scacchiera con distinzione tra le diverse tipologie abitative. Su Via Maraschini fanno da cornice le architetture dei villini più signorili dalla casa del capofilanda, ora Giuli al Villino di Giovanni Rossi (ex sede dell’ufficio imposte). Quest’ultimo fu realizzato da A. Caregaro Negrin tra il 1876 e il 1890 e qui esprime la formazione classica e la tradizione veneta del palazzo veneziano; la pianta originaria era quadrata e organizzata attorno ad un vano passante che funge da spazio distributivo per le ali laterali. L’edificio fu modificato tra il 1896 e il 1898 per opera dell’ingegnere G. Rezzara che raddoppio l’originale planimetria. Nell’ampliamento il palazzo perse la scalinata d’accesso, ma acquistò un’imponenza maggiore. Il parco che circonda il villino era in origine di grandi dimensioni e conteneva un padiglione a pianta esagonale con motivi decorativi cinesi e la casa rustica per il giardiniere; inglobava inoltre alcuni terreni a frutteto, in seguito utilizzati per l’espansione del lanificio Rossi. La recinzione realizzata con materiale locale è costituita da un muretto rustico di mattoni e ciottoli. Nonostante le manomissioni con nuove costruzioni, una visita al quartiere si rivela molto interessante per comprendere la novità urbanistica e l’organicità delle strutture.
Ci avviamo a concludere il percorso osservando dapprima il Teatro Civico che si affaccia anch’esso su Via Maraschin; questo edificio non rientra strettamente nelle istituzioni volute da A. Rossi, pur tuttavia è segno materiale della vitalità culturale raggiunta dalla piccola cittadina. La costruzione per opera dell’architetto vicentino Ferruccio Chemello risale al 1906 e fu possibile grazie alla creazione spontanea di una cooperazione (“Cooperativa per il Nuovo Teatro”) tra cittadini che si erano prefissi la costruzione di un teatro più capiente rispetto a quello sociale, per una cittadinanza che raggiungeva ormai le 16mila persone . Pochi metri più avanti in direzione della stazione ferroviaria scorgiamo l’ex Asilo infantile e Scuole elementari comunali femminili, (ora Liceo Artistico). Eretti nel 1876 questi edifici dovevano portare a compimento quella serie di edifici destinati all’educazione dei giovani. I progettisti E. Pergameni e G.B. Saccardo (ingegneri del Lanificio) prevedevano una struttura articolata in due settori distinti per i bambini dell’asilo e per quelli delle elementari.
Alla fine del grande viale Maraschin, di fronte alle scuole appena citate fu costruita tra il 1879 e il 1880 la Chiesa dedicata a Sant’Antonio Abate; la sua ubicazione, proprio all’ingresso principale del villaggio, crea un collegamento tra la vecchia Schio attraverso Via Pasini e la Nuova Schio attraverso Via Maraschin. Fu eretta sulle fondamenta di una preesistente chiesetta annessa al vicino convento delle Agostiniane. Fu voluta da A. Rossi quale segno evidente della concezione cattolica e come punto di riferimento di ogni forma di progresso e progettata da A. Caregaro Negrin. Il tempio, in stile lombardo-bizantino, presenta la tradizionale pianta a croce latina i cui bracci sono conclusi da absidi. La navata centrale è il doppio delle due navate laterali ed è separata da queste da robusti pilastri; al suo incontro con il transetto si innalza la cupola, ricoperta all’esterno da lamine di rame. La facciata, con tetto a salienti, presenta nel corpo centrale un breve atrio abbellito da un elegante colonnato concluso da tre agili archi; al centro è presente, all’interno di una lunetta, un mosaico che dal 1929 sostituisce un precedente affresco raffigurante la vita del Santo. L’interno è riccamente ornato con numerosi dipinti e sculture, opere di artisti provenienti da tutto il Triveneto. La chiesa, recentemente restaurata si presenta in ottime condizioni ed è ben frequentata dalla comunità locale.

 

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